sabato 8 agosto 2009

Il nervo scoperto dei nazionalisti granditaliani

La questione delle identità degli ex stati italiani, oggi divisi in regioni non tutte naturali, tocca il nervo scoperto del giacobinismo nazionalista italiano. Lo tocca così dolorosamente da provocare la reazione del meglio della sua cultura, da Ciampi a Ernesto Galli della Loggia a Claudio Magris. Anche nel campo della politica, il giacobinismo si ricompatta saltando a piè pari divisioni di partito e di sensibilità culturali per cui Alessandra Mussolini e Dario Franceschini dicono più o meno le stesse cose.
È un sintomo, questo, alla vigilia del 150° della cosiddetta Unità d’Italia, della crisi dello Stato nazione, della artificiale e provocata coincidenza, cioè, di Stato e di Nazione. Questo mito è in crisi proprio perché mito, e non basta a salvarlo il fatto che sia fondato su un indottrinamento di sei generazioni di bambini fattisi grandi nell’idea che siano bastate annessioni, plebisciti truccati, conquiste militari a cancellare identità forti come quelle del Lombardo Veneto, del Regno delle due Sicilie, del Granducato di Toscana, e così via elencando.
La Lega, con la sua grossolana approssimazione, con tutta la sua carica di xenofobia – a volte reale, a volte solo presunta – ha in fondo solo toccato quel nervo scoperto. La sua campagna per i dialetti e la storia locale, quella ultima a favore della costituzionalizzazione delle bandiere regionali e nazionali, indipendentemente dagli esiti legislativi, ha il risultato di segnalare ai cittadini della Repubblica (la cui unità non a caso non è messa in discussione credibilmente) che quasi tutti loro conoscono non la storia di questa parte d'Europa ma le storie di un mito. Non è un caso che il fondamento sardo della nascita del Regno d’Italia sia tenuto nascosto. Così come è nascosto nelle scuole di ogni ordine e grado come andò davvero la questione dei plebisciti, raccontando però della “adesione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele decisa da milioni di cittadini con voto universale”, come proclamò Ciampi da Presidente della Repubblica.
Una cosa davvero diversa da quanto risulta, per esempio, dal racconto di un ambiguo agente segreto sabaudo, tal Curletti, che così raccontò la sua esperienza di inviato a Modena: “Ci eravamo fatti rimettere i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori. Preparammo tutte le schede per le elezioni dei parlamenti locali, come più tardi pel voto dell’annessione. Un picciol numero di elettori si presentarono a prendervi parte: ma, al momento della chiusura delle urne, vi gittavamo le schede, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti”.
Lungi da me avere sentimenti revanscisti o inutilmente recriminatori per come andarono le vicende storiche, le quali, come si sa, non possono essere revocate. Ma rivendicare il diritto di passare dalla costruzione mitica alla conoscenza della storia, questo sì. Capire come e perché le identità si siano perpetuate in Sardegna e in Sicilia, per dire, e debbano essere rispettate e tutelate non significa attentare all’unità della Repubblica, per altro fattibile purché con metodi democratici e pacifici, ma svelare la mitologia dell’Unità d’Italia. Libero, naturalmente, chi preferisce il mito alla storia.
La palpata energica del nervo scoperto produce effetti prevedibili di arroccamento nel nazionalismo unitarista. E reazioni scomposte che non si limitano, com’è nel diritto di ciascuno, alla “critica dell’identità” ma traboccano nel sarcasmo, nel dileggio e nell’offesa ai contenuti dell’identità. Se non sempre, quasi sempre, all’insegna della mistificazione e del pressapochismo ideologico. Così, nel pur altrimenti attento Gianni Filippini, le bandiere regionali si trasformano in “tanti vessillini locali da far sventolare al posto del simbolo dell'unità nazionale”. Mistificatorio perché nella proposta leghista “i vessillini” sventolerebbero insieme alla bandiera italiana, inutilmente offensivo nei confronti di simboli come i Quattro mori, Trinacria, Leone di San Marco, etc, che hanno storie nobili almeno quanto la bandiera italiana.
Gettare il ridicolo è il modo scelto anche dall’altrimenti bravo Claudio Magris per lenire il dolore del nervo toccato. Si va dalla baggianata secondo cui, così facendo, le varie regioni espellerebbero dalla propria cultura culture diverse, “Dante e Verga? Non li voglio, Mi son de Trieste” sintetizza un geniale titolista, alla volgarissima irrisione: l’inno di Mameli sostituito da “No go la ciave del portòn”. Così, in una furia grandenazionalista, Magris, definito “erede della grande tradizione culturale triestina”, liquida l’identità triestina. In fondo, non è molto meglio chiamare “vessillino” la bandiera sarda o quella veneta o sudtirolese o anche qualsiasi simbolo un popolo o una popolazione scelga come rappresentazione di sé.
Ma, in definitiva, la cosiddetta Unità d’Italia questo è: annessione delle identità a una nazione inesistente, non ostante da 150 anni, fatta l’Italia i nazionalisti si sforzino di fare gli italiani, fatto lo Stato vogliano farlo coincidere con una sola nazione.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

"Cavour, un Europeo Piemontese" è il titolo di un'opera dello storico Britannico Harry Header che ben descrive il personaggio. Meno "italiano" di quanto gli sia stato attribuito. In essa si ricordano dettagli vari, anche ad esempio il fatto che Cavour non mise mai piede a Roma. E mi sento di concordare con tutti quegli storici che vedono nell'elite Piemontese del passato l'Italia solo come terra di conquista e come un modo per estendere il potere e l'influenza della monarchia sabauda: Ci sono riusciti infatti. Anche Gramsci in effetti sebbene vedesse in Cavour il "diplomatizzatore" della fondazione unitaria, si guardò bene dal vedere in quell'uomo una propulsione nazionalista come invece fu teorizzata da Mazzini. L'espansione del potere Piemontese si è così tramutato nel mito della Nazione Italiana che nel tempo è divenuto realtà per molti cittadini. Ma questo non significa che siano scomparse per automatismo le realtà identitarie antecedenti all'Unità politica di ciò che geograficamente veniva chiamato Italia. D'altra parte, in Sardegna abbiamo storici che affermano quanto la nostra isola non abbia mai maturato un sentimento nazionale univoco. Però si dimenticano che anche altrove il sentimento nazionale è un concetto ottocentesco e pertanto non si poteva pretendere che pure nell'elite Piemontese del passato vi fosse tutta questa foga di fare "l'unità d'Italia". Che motivi culturali avrebbero dovuto spingerli per annettersi con i popoli del sud? Nessuno a parte motivi politico-economici che trovano anche il loro fondamento nell'Europa di quegli anni e nelle geo-strategie di potere dell'epoca. Basterebe tuttavia la banale frase "Fatta l'Italia, facciamo gli italiani" per capire quanto il mito della Nazione Italiana sia stato ambiguo e forzato allo stesso tempo. - Bomboi Adriano

Anonimo ha detto...

Pardon, l'autore è Harry Hearder, non Header. - Adriano

Giorgio Giovanni Gaias ha detto...

La mia impostazione culturale e anche le mie idee politiche mi dicono che la Lega sbaglia, pur essendo molto orgoglioso della mia identità di sardo e sono pienamente convinto che la mia Patria abbia un solo nome cioè quello di ITALIA, la mia bandiera è una il tricolore, il mio inno è uno quello di Mameli, la mia capitale è una Roma. Detto questo non vuol dire che non mi sento sardo e non ne sono fiero anzi sono tutte e due le cose insieme basti pensare che do tutto l'appoggio al Comitadu pro sa limba sarda a cui vorrei aderire anche se sono è rimango un ragazzo pienamente convinto delle sue idee nazionaliste.
Giorgio Giovanni Gaias
dirigente Gioventù italiana

Giorgio Giovanni Gaias ha detto...

Vorrei ringraziare Bomboi Adriano incontrato per caso nel Blog del caro amico On Bruno Murgia, da allora diciamo il confronto è sempre stato costruttivo, volevo ringraziarti anche per aver visitato il mio blog e avermi dato il link di questo.
http://giorgiogaias92.blogspot.com/
Cultura-Valori-Identità di DESTRA

giuseppe mulas ha detto...

Viste le sue constatazioni e aggiungendo che i meri fattori economici alla base del "progetto Italia" ai quali accennava Bomboi,riassumibili(vado a memoria) nell'obiettivo di Cavour e dell'Inghilterra di operare la spoliazione delle ricchezze del sud a vantaggio del Nord (Piemonte,Veneto per lo piu')e al contempo la neutralizzazione del regno delle due Sicilie per il controllo dei traffici marittimi verso oriente da parte dell'Inghilterra.C'e' da ricordare che prima dell'Unita' di Italia il Regno delle due Sicilie con capitale Napoli era la spina nel fianco dell'Inghilterra.La flotta mercantile era la seconda in Europa dopo quella inglese,e la flotta militare la terza dopo quella inglese e quella francese. Napoli era uno dei maggiori centri della cultura europea,il teatro San Carlo e' il primo teatro europeo la prima citta'italiana ad avere l'illuminazione pubblica,il tessuto economico del regno dei Borbone (da Napoli in giu sino alla Sicilia)era fiorente,caratterizzato da una moltitudine di piccole e medie imprese artigianali che esportavano le loro eccellenze in tutta Europa e non solo,e iniziavano a vedersi le imprese a carattere industriale.La bilancia commerciale era in attivo.Il Piemonte per contro era fortemente indebitato con i banchieri inglesi,caratterizzato assieme al Veneto da arretratezza economica diffusa e pressocche'privo di infrastrutture.Dall'Unita' d'Italia in poi la situazione si e' ribaltata,le ricchezze del sud sono state dirottate al Nord Italia,il sud fu penalizzato da dazi che ne ostacolavano le attivita' commerciali e manufatturiere.La burocrazia passo da un'incidenza di alcuni punti percentuali tra burocrati e popolazione sino alla nostra situazione attuale.Questa e' stata l'Unita' d'Italia.
Per quanto riguarda la Sardegna,gli effetti nefasti di tale annessione (perche' non vedo nessun vanto nel fatto che l'Italia sia stata originata da quel regno con affianco scritto Sardegna)sono sotto i nostri occhi.La nostra rilevanza agli occhi della nostra matrigna e' facilmente desumibile dal Dpef che prevede le assegnazioni finanziarie destinate alla Sardegna per il prossimo biennio,neanche un'elemosina.
Visto questo stato di cose il ragionamento logico e' uno solo.E non vedo come il mezzo per arrivarci si possa svolgere dall'interno dei centri decisionali di uno Stato con queste prerogative.

Anonimo ha detto...

Parole sante Mulas- - Bomboi Adriano

Anonimo ha detto...

Caro sig. Pintore,
credo che le problematiche legate alla questione dell’identità negata da certo strisciante “nazionalismo granditaliano” siano oramai da considerarsi secondarie. Credo che il problema centrale sia cosa l’Italia sta diventando sotto i colpi di chi ci governa. L’Italia è un paese nel quale le rivendicazioni identitarie hanno da tempo abbandonato il sentiero del confronto ideologico di cultura alta, sfociando in demenziali corbellerie come quelle proposte da quegli ignoranti dei leghisti. Non possiamo permetterci di seguire questo solco, di avversare un giorno una proposta di improbabili di esami di dialetto per i professori e un altro di cavalcare quella dei “vessillini” da stampare sul bianco di una bandiera che diventerebbe così il degno simbolo di un paese diventato ridicolo. Non possiamo permettere che ci sballottino ancora da una stronzata all’altra, che ci costringano alla ricerca di un pensiero dentro a un dibattito che è diventato insopportabilmente carico di stupidità e di ottuso conservatorismo da peggior spaccio ufficiali dell’esercito. Forse dovremmo chiudere gli occhi e tapparci le orecchie per qualche istante per cercare di vedere cosa sta succedendo alla cultura di questo paese, per provare a sentire cosa è diventato il dibattito politico in Italia, per cercare di capire se ci stiamo lasciando trascinare nel baratro andando dietro a leghisti, gasparristi, puttanieri (ops, pardon...”escortieri”), per cercare di capire se magari è a causa del fatto che ormai abbiamo il cervello intorpidito dalla piena dei fiumi di farneticazioni di cui siamo invasi da anni, che queste stesse farneticazioni ci sembrano degne di essere discusse. Ancora un po’ di tempo è cominceremo a rimpiangere i tempi del “nazionalismo granditaliano”, perché l’Italia sta diventando un paese di dementi che presto si esprimeranno a gesti, e allora vorrò proprio vedere che fine faranno le istanze autonomiste e le lotte per la salvaguardia della nostra (dei Sardi) identità di popolo quando avranno finito di farci diventare dei deficienti, quando saremmo divisi in due grandi gruppi, uno quello di chi se ne fregherà perché avrà il cervello fritto dalla coca, e l’altro quello di chi delirerà confuso, imbevuto di slogan fascisti, di strani nazionalismi, due grandi gruppi che sfumeranno l’uno sull’altro. C’è una bella differenza tra quando ci si doveva preoccupare del fatto che i governi, d’accordo con tutte le opposizioni, provavano a convincere Lombardi, Sardi e Siciliani che tra loro non c’erano grandi differenze culturali, magari anche dando a tutti in pasto sia Manzoni che Deledda che Pirandello, e ora, che ci si dovrebbe preoccupare del fatto che chi ci governa, con una opposizione colpevole di inconsistenza anche intellettuale, sta provando ad annullare la cultura senza distinzioni, e non certo per costruire una coscienza nazionale “granditaliana”.

Pietro Murru

zfrantziscu ha detto...

Caro sig Murru,
[Mi scuso per il ritardo, ma fino al 20 agosto sono alla merce’ di Internet point]. Come mi è capitato diverse volte in questi mesi, mi è difficile dirmi in disaccordo con il senso generale di ciò che scrive. Sul fatto, per dire, che l’Italia rischi di diventare uno stato in cui l’alta cultura sia banalizzata in stronzate. Ma lei è sicuro che la colpa sia della politica o la colpa non è della cultura che non riesce ad elaborare altro se non, penso alle questioni identitarie, frustri luoghi comuni su cui dolce è dondolarsi?
Per me, questo governo non è peggiore né migliore di altri che pro tempore hanno amministrato lo Stato. È semplicemente un governo, come gli altri che lo hanno preceduto, che esprime la maggioranza degli elettori italiani (anche sardi, valdostani, sudtirolesi, ma anche toscani e calabresi) che si sono trovati d’accordo con il programma o anche solo con le promesse. Sono, soprattutto, governi di uno Stato che non digerisce le autonomie, ci ha messo 50 anni per attuare l’articolo 6 della Costituzione, da 150 confonde il mito della sua nascita con la realtà (forse perché non confessabile) della sua vera formazione come Stato-nazione.
Figurarsi se la politica, da De Gasperi a Berlusconi, commette suicidio. Su questioni sensibili come la democrazia linguistica (anche i dialetti ne fanno parte), i segni dell’identità, l’attuazione dei principi di diritto internazione, avrà notato come da Alessandra Mussolini a Dario Franceschini a Comesichiama Casini non esistano neppure sfumature. È una questione di vita o di morte per la politica “nazionale”: tutti, per dire, temono il Partito del Sud non per la pochezza della sua ispirazione economicista, ma perché dovrebbero spartire il potere con un altro soggetto territoriale come la Lega Nord (che è molto meno farneticante di quanto comunemente si pensa).
A non fare il suo dovere è la cultura italiana, incapace di riflettere (dal suo punto di vista, chiaro) sul come proporre una via d’uscita dalla crisi dello Stato-nazionale e si limita a dare una verniciatina di citazioni più o meno colte ai suggerimenti della politica. Intellettuali come Galli della Loggia e Magris sono ridotti a piagnucolare sulla disattenzione della politica nei confronti del 150° della cosiddetta Unità d’Italia e sulla possibile fuoruscita di Ciampi dal comitato incaricato delle celebrazioni. Dio mio.
Né in Sardegna va molto meglio: la cultura è distratta su tutto, dalla lingua allo Statuto, dalla necessità di vedere il dopo industrializzazione chimica alla cultura sarda. Nella contentezza dei ceti politico, sindacale, imprenditoriale meno colti cui la cultura darebbe terribili mal di testa, se li mettessero in marrania.
Quanto ai due gruppi che lei paventa, la metterei così: se continuiamo a scannarci in Sardegna appoggiando questo o quel principe alla corte di Madrid, la fine sarà quella che lei intravede. Se i gruppi si formeranno intorno a due mozioni, l’una nazionalista o nazionalitaria sarda e l’altra italianista, ne potremmo vedere delle belle. Forse anche facendo a meno della cultura, a meno non semtta di essere compradora.